Dalla solitudine silenziosa di una finestra agli sguardi digitali che scorrono senza fine: il desiderio di osservare è rimasto, solo il mezzo è cambiato.
“Non si guarda mai per caso. Si guarda perché non si può fare altro.”
— Georges Simenon

C’è una finestra, nel libro La finestra dei Rouet di Georges Simenon, dietro la quale si nasconde una donna. Non fa rumore, non prende parte, non agisce: guarda. Osserva la vita degli altri passare, consumarsi, forse sfiorire. È un personaggio ai margini, un’anima derelitta, che trova nell’atto del guardare l’unico modo per restare in contatto con il mondo.
Oggi quella finestra ha cambiato forma. È diventata uno schermo, quello dello smartphone, e lo sguardo si è trasferito sui social. Anche qui si osserva: vite altrui, felicità esibite, cadute condivise. E anche qui chi guarda spesso è ai margini. Non sempre, ma spesso. Derelitti digitali che non commentano, non partecipano, non postano: scrollano.
Ho voluto rappresentare questa continuità con un’immagine. Tre fotogrammi che sembrano provenire da un rullino analogico. Una finestra chiusa, con le imposte che lasciano filtrare solo una parvenza di vita all’interno. L’ho scattata con lo smartphone, ma ho voluto che sembrasse un ricordo: perché lo è. Perché quel gesto antico del guardare da lontano, in silenzio, non è mai scomparso. Si è solo travestito.
Simenon ci racconta che chi guarda non è mai davvero innocente. Ma nemmeno colpevole. È semplicemente qualcuno che non ha più un posto nella storia — e che per questo guarda vivere gli altri.









