PERCHE NON POSSIAMO NON VOLERE IL 25 NOVEMBRE
Ci sono immagini che non scatti: ti scelgono loro.
E quando tornano a galla, a distanza di anni, lo fanno perché hanno qualcosa da dire. Qualcosa di scomodo, di urgente, di necessario. Proprio come questa farfalla che ho fotografato al Giardino Botanico di Rio de Janeiro molto tempo fa, in un pomeriggio che non prometteva rivelazioni. Io cercavo solo colori, forme, quiete tropicale. Lei invece stava già raccontando una storia.
Solo in post-produzione mi sono accorta di quel dettaglio minuscolo e potentissimo: un frammento d’ala spezzato. Una ferita. Un segno invisibile al primo sguardo, ma impossibile da ignorare una volta scoperto.
E lì è scattato qualcosa: quella farfalla, fragile e bellissima, ferita ma ancora in volo, non era solo un soggetto naturale. Era un simbolo.
Era una donna.
Era tutte le donne che continuano a muoversi, creare, amare, resistere nonostante ciò che è stato loro strappato.
E allora l’ho tenuta da parte, come si fa con le immagini che sai che un giorno torneranno.
Quel giorno è arrivato: il 25 novembre.
Le farfalle che non si sono piegate
La storia la conosciamo, ma vale sempre la pena ripeterla, perché la memoria non è un esercizio scolastico: è una forma di giustizia.
Il 25 novembre nasce dal sacrificio delle sorelle Mirabal, tre donne dominicane che si opponevano alla dittatura di Rafael Trujillo. Le chiamavano “Las Mariposas”, le farfalle.
Non avevano ali spezzate: gliele hanno spezzate con la violenza.
Ma il loro volo non si è fermato. Ha cambiato direzione, ha cambiato corpo, ha cambiato voce. È diventato un simbolo mondiale contro la violenza sulle donne.
E così, riguardando la mia farfalla ferita, ho riconosciuto la stessa ostinata bellezza di chi continua a esistere nonostante tutto.
Non una vittima, ma una sopravvissuta.
Non un’immagine “debole”, ma una dichiarazione di forza.
Una fotografia che diventa parola
Oggi questa immagine ha trovato una nuova casa. L’ho donata alla Professoressa Arnalda Guja Forni Cavalieri, che ha scelto di usarla per la copertina del suo libro “Perché non possiamo non volere il 25 novembre”, pubblicato da SEAB Srl.
È sempre un’emozione quando una fotografia smette di essere “mia” e diventa di chi la guarda, di chi la interpreta, di chi ne fa strumento, messaggio, voce.
Ma in questo caso l’emozione è doppia, perché so che l’immagine porterà con sé quello che porto anch’io: un impegno, una posizione chiara, un rifiuto netto della normalizzazione della violenza.
Un’ala spezzata non interrompe il volo
Questa farfalla mi ha insegnato che la fragilità non è sinonimo di resa.
Che le crepe non sono un fallimento, ma una mappa.
Che ciò che è stato spezzato non smette di dire, di trasformarsi, di muoversi.
Il 25 novembre non è una ricorrenza da spuntare sul calendario.
È un promemoria collettivo che ci ricorda che dietro ogni storia c’è una donna che prova a volare nonostante un’ala in meno.
E ogni volta che vediamo un’ala rovinata, non dovremmo voltare lo sguardo: dovremmo chiederci chi l’ha spezzata e come possiamo impedire che accada ancora.
Questa immagine, oggi più che mai, vuole essere questo: uno sguardo che rimane, che punge, che non permette di fare finta di niente.
Anche con un’ala spezzata, si vola.
E si vola forte.
……di Arnalda Guja Forni ” PERCHE NON POSSIAMO NON VOLERE IL 25 NOVEMBRE” SEAB Libreria Antiquaria per Inner Wheel Club Valsamoggia-Terre d’acqua
….Però colpisce proprio al centro il punto, il nucleo, di una riflessione che da tempo sento svilupparsi dentro me e che cerco di esternare ora, per aprire un dibattito proprio fra noi, fra noi donne così diverse, donne che si pongono problemi, che hanno attenzione per il mondo attorno, che cercano di esplicare avvenimenti anche a sé stesse, sforzandosi di imprimere nella propria famiglia un diverso tipo di educazione, donne che cercano di capire da dove questo maledetto fenomeno trasversale, e totalmente senza basi comuni, possa prendere forma ma, particolarmente, in quale terreno sociale abbia potuto affondare le sue radici in modo così potente, stringente, forte tanto da apparire inesplicabilmente inarrestabile: il problema delle uccisioni di donne da parte di uomini appartenenti, il più delle volte, al nucleo ristretto delle loro conoscenze o, addirittura, delle loro famiglie.
Comunque, in una più vasta prospettiva, omicidi di donne..












